La catena di blocchi

Chissà quante volte, in questi primi mesi del 2021, avrete sentito nominare la parola Blockchain. La cosiddetta tecnologia “disruptive” che “sta alla base del Bitcoin”: la “vera rivoluzione” a detta di molti. Leggo troppo spesso online articoli che esordiscono con la seguente dichiarazione: “Blockchain sì, Bitcoin no.” Non vi nego che ci fu un breve periodo in cui io stesso mi convinsi che avevano ragione. Dopo anni di studio e di ricerca, posso affermare con la massima serenità che si sbagliavano di grosso!

Partiamo da un presupposto: questi “professori”, appena citati, che decantano la Blockchain, descrivendola come “the new internet”, hanno capito ben poco del suo funzionamento. Innanzitutto, la Blockchain è solo una parte del protocollo Bitcoin e non può esistere senza alla base delle regole (“consensus”) verso cui converge la community di utilizzatori, adottandola a proprio standard. Inoltre non può esserci Blockchain senza una criptovaluta, il cui valore rappresenti un incentivo economico per i validatori (o miner) che la rendono sicura.


Dopo questa breve introduzione, posso finalmente spiegare che cos’è questa “catena di blocchi”. La BLOCKCHAIN si può definire come un registro distribuito dove tutte le transazioni vengono registrate; una sorta di libro mastro digitale. Ciò che si trova sulla Blockchain è visibile a tutti, immutabile ed incancellabile: una volta inserito, infatti, un dato non può essere modificato o eliminato senza il consenso ed un grandissimo sforzo economico/energetico da parte della maggioranza del network (50%+1).


La blockchain non si trova su un singolo server come può avvenire, per esempio, con il database di
un’azienda. Essa, oggigiorno, si trova su migliaia di NODI, computer che hanno sui propri hard disk una copia del registro e la condividono apertamente. Fra i proprietari di questi computer, alcuni scelgono di contribuire a rendere sicuro e sostenibile il network e, affinché siano incentivati a farlo, vengono ricompensati. Essi vengono chiamati MINER (minatori) ed il processo da loro svolto (il MINING) consiste principalmente nel verificare la validità delle transazioni e, in seguito, registrarle all’interno di un blocco.


Per l’esecuzione di una transazione, l’utente che invia bitcoin paga una FEE (commissione). Le fee sono necessarie per mantenere il network ed il lavoro dei miner, i quali, dando precedenza a chi ha pagato commissioni di importo maggiore, registrano le transazioni all’interno di un blocco crittografico. Per l’utilizzo della rete Bitcoin, oggi, le commissioni partono da pochi centesimi di euro.

La parola mining significa estrazione. Proprio come i minatori d’oro nelle miniere, i miner estraggono nuovi bitcoin dai blocchi. Tramite la potenza computazionale dell’hardware in loro possesso, i validatori cercano una soluzione crittografica per risolvere un’equazione. Maggiore è la potenza di calcolo impiegata, maggiore è la probabilità di risolvere l’equazione stessa. Il primo a trovare la soluzione corretta crea il successivo blocco
della catena e vince la reward contenuta al suo interno. Il vincitore otterrà un numero prestabilito di nuovi bitcoin più il totale delle commissioni pagate dagli utenti che hanno effettuato le transazioni registrate sul blocco stesso. Dopo che un blocco viene risolto ne nasce uno nuovo, collegato al precedente. I blocchi contengono le transazioni e la catena rappresenta quindi tutta la storia dei pagamenti dalla nascita della Blockchain ad oggi. Ecco spiegato il motivo del nome Blockchain, appunto, catena di blocchi. Niente male eh…

 

N.B. L’impraticabilità (dal punto di vista economico), di un attacco alla Blockchain che ne modifichi la storia la rende, di fatto, immutabile (per quanto non lo sia da un punto di vista strettamente teorico). Inoltre, una blockchain deve essere di tipo PERMISSIONLESS: tutti devono poter scrivere delle informazioni senza dover chiedere il permesso a nessuno. Per scrivere un’informazione nella blockchain è sufficiente effettuare una transazione valida e inviarla alla rete. Tali informazioni verranno verificate ed inserite nel registro distribuito non appena uno dei miner le confermerà ed otterrà la sua ricompensa per il lavoro svolto. Se la blockchain in questione non rispetta queste affermazioni appena enunciate, non è una blockchain e può benissimo essere sostituita da un qualunque database centralizzato. La blockchain è lenta e molto costosa e non può funzionare senza determinate regole.

La BLOCK REWARD, tradotto letteralmente “ricompensa del blocco”, oggi ammonta a circa 6.25 bitcoin. Tramite un processo chiamato HALVING (in italiano dimezzamento), precisamente ogni 4 anni, il numero dei bitcoin estratti dai blocchi viene dimezzato. Questo rende bitcoin stesso, nel lungo temine, deflattivo. Il numero massimo di bitcoin producibili è di 21 milioni, fino ad oggi ne sono stati estratti circa 17. Si prevede che, con l’attuale HASHRATE, la potenza di calcolo complessiva dei miner, tutti i bitcoin verranno estratti entro il 2140. Raggiunto il numero massimo, la catena continuerà ad esistere e crescere ma i minatori che risolveranno i blocchi otterranno solo le commissioni pagate dagli utenti. Il prossimo halving avverrà attorno al maggio del 2024.

 

 

 



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